giovedì 20 novembre 2014

Le Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij

L’opera di cui stranamente voglio parlarvi è “Le Notti Bianche” di Dostoevskij – uso il termine “stranamente” per il semplice fatto che è un Romanzo Sentimentale, un genere lontano anni luce dai miei gusti.
Inizio subito col dirvi che questa non è una recensione, ho riportato la trama e con essa il finale. Non voglio rovinarvi nulla, quindi se non avete ancora avuto il piacere di leggerlo, vi invito a farlo. Con questo intervento voglio solo parlare dell'opera e di ciò che mi ha trasmesso.
 Per chi non lo conoscesse, Fëdor Dostoevskij è stato uno scrittore e filosofo russo dell’ 800, noto in particolare per le opere  “Delitto e Castigo” e “L’idiota”.

Come già detto, il genere Sentimentale non è fra i miei preferiti. Venni a conoscenza di quest’opera girovagando in un blog dove vi era stata caricata una classifica personale di un utente. Posizionato nella parte alta della classifica, con ottime valutazioni e commenti positivi, riuscì ad attirare la mia attenzione tanto da comprarlo il giorno stesso.
Premetto che – e non mi stancherò mai di dirlo – le storie che trasmettono vere emozioni, provate o nuove che siano, e valori suscitano in me parecchia stima e profondo rispetto. Non mi aspettavo di provare forti emozioni dopo la lettura, e invece..




“O era stato forse egli creato, Per essere seppure un solo istante, Al tuo cuore legato?”

È con questa citazione di Ivan Turgenev che il lettore inizia il suo viaggio verso la gelida città di San Pietroburgo, attraverso il racconto in prima persona del protagonista. Egli descrive  le strade della città, i suoi palazzi, la sua gente, i ponti e le stagioni che cambiano il volto a questa maestosa città. Il protagonista, un semplice impiegato di cui non si conosce il nome, è un uomo solo e un sognatore. Non è mai riuscito a instaurare un rapporto con qualcuno se non nei suoi sogni. Passa le sue giornate passeggiando per le strade della città e a volte rientra nella sua dimora molto tardi. Una sera, durante una delle sue passeggiate lungo il fiume di San Pietroburgo, incontra Nastjen’ka, una ragazza che sta vivendo la fine del suo amore. I due parlano in modo superficiale di loro stessi, ma vogliono conoscersi più a fondo, così da quella notte, per 4 notti, i due apriranno i loro cuori condividendo i loro dolori e la loro tristezza.

Lui le rivela il mondo illusorio che ha costruito per distaccarsi dalla tetra realtà; lei parla della sua vita, controllata dall’anziana e cieca nonna, e  del suo amor perduto, atteso da ormai un anno.
Per la prima volta in tutta la sua vita, il protagonista non si sente più solo. Ha trovato qualcuno che comprende il suo dolore e che gli fa prendere un posto nella vuota società. Inizia a vivere emozioni mai provate, o meglio, emozioni tenute a distanza, forse per paura di perderle. Il suo cuore adesso appartiene alla giovane, ma ella appartiene a un altro e per la sua felicità decide di non rivelarle questo peso.

Il protagonista consiglia Nastjen'ka di inviare una lettera all’uomo tanto atteso quanto amato, fissando un incontro per la stessa notte, ma nessuno si presenta. Delusa e ingannata decide di dimenticarlo, anche se con scarsi risultati. Il protagonista non può più reggere il peso del suo cuore e decide di confessarle il suo amore che per la sua felicità viene ricambiato. I due amanti vengono cullati dalla notte e nel sogno di una vita felice passata insieme.

Quella stessa notte, una figura si presenta al cospetto dei due amanti rivelando la sua persona. L’amore tanto atteso, ciò che sembrava perduto si presenta davanti ai loro occhi increduli.  Egli non l’aveva dimenticata ed era giunto per l’appuntamento. Tutto finisce. Il protagonista non può far altro che guardare i due andar via.

Le sue notti finirono quel mattino.

« un intero attimo di beatitudine!
È forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un uomo? ».

Non so se esista un risposta a questa domanda. Viviamo attaccati ai ricordi passati, a quegli attimi che raramente vengono vissuti una seconda volta. Ci chiudiamo in noi stessi, trovando conforto nei pensieri, dove le cose vanno diversamente e c’è sempre un lieto fine. Sono sicuro che come me, anche altra gente ha vissuto quasi la stessa situazione del protagonista. Molta gente si rifugia dietro la parola Odio, ma a che pro? Perché odiare chi ha portato, anche se per poco, “la beatitudine”? Si rimane delusi, tristi e vuoti; vuoti come i volti che incontri per strada, volti che non trovano una forma. Nulla. Come disse Karl Marx “Quando tu ami senza provocare amore, cioè quando il tuo amore come amore non produce amore reciproco, e attraverso la tua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura.” Per certi aspetti si lega molto a “Le Notti Bianche”, per altre un po’ meno. L’amore è ricambiato, ma purtroppo non è più forte dell’altro. Ed è una tortura. Una sventura.
E lasciatemi citare Italo Calvino: “Se infelice è l’innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato.” 

Concludo con qualcosa di positivo, almeno per me. Qualcosa che a lungo andare mi è rimasta impressa nella mente:
“È già una felicità poter amare, anche quando ad amare si è soli.”

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